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Ho chiesto al mio amico Roberto di poter pubblicare l'articolo che ha scritto sul suo "Incontro con i gorilla di montagna" della foresta del Virunga in Congo. Vi riporto esattamente l'articolo che è stato pubblicato sull'Eco di Bergamo domenica 20 gennaio 2009.
 Foto di d_proffer
«Ils sont près d'ici, dans la forêt». Sono quasi le undici, camminiamo sui terrazzamenti coltivati a mais da poco più di un'ora. Il cielo sopra la foresta del Virunga minaccia di scaricare uno dei suoi acquazzoni equatoriali. Ma il sereno splende sul sorriso del ranger congolese che ci accompagna: li abbiamo trovati, i gorilla di montagna. Il sogno di un incontro è lì, a pochi minuti ancora di cammino. Lo spettacolo, la centrifuga di emozioni, sono nascosti solo dal sipario in apparenza invalicabile creato dalla foresta. I ranger forniscono le ultime indicazioni. Lasciare tutto? zaini e in particolare cibo? dove ci troviamo. Li terrà d'occhio uno di loro, anche se qui, tra le montagne del Congo, i nostri zaini sudati corrono decisamente pochi rischi. E poi: vietato avvicinarsi a più di sette metri, non incrociare lo sguardo dei maschi, muoversi quando lo diciamo noi, stare fermi se lo diciamo noi. Regole di minima prudenza, ma i gorilla non sono pericolosi per l'uomo, semmai è il contrario. Dietro il sipario c'è la famiglia Rugendo. Nove gorilla.
 Foto di mrflip
Il cuore è fuori giri, quando il ranger, appurato che il gruppetto ha capito tutto, dà il via alla visita. Con una gamba scavalca i primi rami orizzontali che sembra facciano da frontiera tra il prato e la foresta. Come entrare in un giardino senza chiedere permesso. Ma i ranger sanno come preannunciare l'arrivo dell'uomo e i Rugendo non fanno una piega. È difficile spiegare a parole quel che si prova. Non è un incontro come tanti altri tra uomini e animali. Un elefante stupisce per la sua enormità, ma tra il suo sguardo e quello di un uomo non c'è comunicazione. Una gazzella ci intenerisce per la sua dolcezza e il suo destino di preda. Un ippopotamo ci spaventa con le sue fauci, un camaleonte ci affascina con la sua lenta destrezza. Una zebra ci osserva sospettosa. Uomini di qua, animali di là. Diversi, inevitabilmente.
Ma il maschio Rugendo che ci accoglie non è un animale, ai nostri occhi, che nei suoi riconoscono il 98 per cento dello stesso codice genetico. È uno dei due maschi adulti della famiglia. Bukima e Pili-Pili sono i loro nomi. Ma per tutti sono i silverback. Si chiamano così, per via della pelliccia argentata sulla schiena. Esseri possenti. Il gorilla è steso a terra, sembra sonnecchiante. Noi ci fermiamo ai fatidici sette metri. La sua reazione è di una sconvolgente indifferenza. Non è spaventato, non è incuriosito.
 Foto di d_proffer
Scriveva Dian Fossey: «Several groups now accept my presence almost as a member». Mi accettano quasi come uno di loro. E la sensazione è la stessa, incrociando i loro sguardi. Le regole lo vieterebbero: mettere gli occhi negli occhi di un maschio potrebbe sembrare un gesto di sfida, e suscitare reazioni. Ma è una regola impossibile da rispettare. È lo sguardo del gorilla che cerca il tuo, lo cattura e lo abbandona, lo cattura di nuovo e di nuovo lo abbandona. Con indifferenza, quasi normalità. Certo, questi gorilla sono «abituati» alla presenza dell'uomo. Non addomesticati, ma abituati. Gruppetti di viaggiatori, per un'ora al giorno, li visitano di tanto in tanto.
Il ranger mostra l'orologio: un'ora per stare coi Rugendo, non un minuto di più. Questo dice il nostro permesso. Ora il silverback si volta verso l'alto: un piccolo è su una pianta, a una decina di metri da terra. Gioca, e negli occhi dell'adulto si legge un misto di rimprovero e preoccupazione. Ora basta. Tempo pochi istanti e il piccolo è tra noi. Poco più in là la vegetazione lascia scorgere due femmine adulte, ma restano in disparte e noi non andremo mai a disturbarle. Il resto della famiglia è sparso nella foresta e durante la nostra ora non comparirà mai. I ranger ci raccolgono in un fazzoletto di terra, per lasciare spazio alle scorribande del piccolo che cerca in ogni modo, anche sferrando piccoli calci, il contatto fisico. Il confine dei sette metri? Sbriciolato. Sale e scende dai rami, tenta lo scippo di un cappellino, si mette a testa in giù. Sembra attraversato da un'irrefrenabile gioia di vivere. O forse da un tenero esibizionismo.
 Foto di mrflip
Si batte il petto come King Kong, provocando tonfi sordi e potenti. Le macchine fotografiche impazziscono. Solo i cuori battono più veloci. Ora il piccolo scala una pianta e il ranger capisce tutto: «Toilet». Occorre scansarsi, per un pelo. Nella famiglia si contano tre blackback, i maschi semiadulti. Sono Makunda, Kongomani e Lubutu. È uno di questi tre, ora, a occuparsi dell'irrequietezza del piccolo. Arriva a pochi metri da noi camminando su quattro zampe. Ogni suo passo fa tremare la terra sotto i nostri piedi. Prende il piccolo con sé, e con un irresistibile sorriso accennato sulle labbra comincia un lungo gioco fatto di solletico. Il piccolo è spossato, difficile non interpretare il suo verso come una risata a crepapelle.
 Foto di mrflip
Ed è bello pensare che nella famiglia Rugendo ora sia tornata la serenità di tutti i giorni, dentro la foresta. Perché non è sempre stato così. Nel 1997 la famiglia contava 18 elementi e mai prima di allora era stata tanto numerosa: il silverback Rugendo e suo figlio Humba, un blackback chiamato Senkwekwe, otto femmine adulte, una femmina semiadulta e sei piccoli. Ma la somiglianza tra uomo e gorilla si vede anche da questo: l'anno dopo la famiglia si spacca. Otto elementi restano con Rugendo, e nel 1999 il gruppo torna a espandersi: nascono due nuovi elementi. Ma il dramma comincia nell'estate 2001. Sui confini tra Congo, Ruanda e Uganda s'infiammano nuovi scontri militari, e i nostri gorilla ne pagano il pesantissimo conto, con la morte del capostipite Rugendo. È Senkwekwe, ora, il capofamiglia. Il gruppo continua la sua vita negli anni, prima riducendosi, poi ampliandosi, per effetto delle «migrazioni» tra le diverse famiglie. Nel giugno 2007 i Rugendo raggiungono quota 12: il record, dal 1998. Il dramma però è ancora dietro l'angolo. L'attacco arriva ancora dall'uomo. Tre femmine: Safari, Mburanumwe e Neza vengono uccise, insieme a Senkwekwe, il silverback. Sei anni dopo, l'erede di Rugendo è assassinato proprio come suo padre. Nell'agosto 2007 si trovano i resti della femmina Macibiri, mentre nulla si è più saputo del suo piccolo, Ntaribi. «Is presumed dead». È questo il peggior massacro di gorilla degli ultimi 30 anni. Pare impossibile che questa famiglia abbia vissuto queste tragedie e ancora oggi accolga uomini tra sé, come se le tracce di quel dolore non fossero rimaste incise da qualche parte nel dna dei discendenti.
Poco lontano da noi, il silverback è ancora appoggiato alla sua pianta, silenzioso. Non ci si domanda se stia pensando, ma a cosa. Roberto Belingheri
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